sabato, giugno 24, 2006

 

here comes the pain again

sono rotto dentro. sto male dentro.
mi lamento quando c'e' gente che ne avrebbe più diritto di me. sono un cazzo di piagnone che si alimenta costantemente di apatia.
ho cercato film sentimentali per piangere. per farmi cullare dalle emozioni dei protagonisti in un processo di identificazione trito e lacrimoso come un bel battuto di cipolla.
ho cercato emozioni a buon mercato per buttare fuori per non tenere tutto dentro. un po' come mettere due dita in gola quando non riesci a vomitare.
inazione. subire l'emozione. non costruire nulla.

domanda: uno che prova un pizzico di odio e una manciata di disprezzo verso se stesso come può trovare piacevoli le altre persone?

vaffanculo. mi rimbomba nella testa un "vaffanculo a me" che mi parlo addosso mentre lì fuori c'e' gente che soffre sul serio e che sopporta il dolore con una dignità infinita. che lo affronta a testa alta. e io qui a crogiolarmi sul nulla della mia esistenza.
lo so che dovrei smetterla con questa continua endoscopia puzzolente. ma non posso. esisto per dimostrare a tutti che l'uomo fa schifo proprio per la sua umanità troppo animale, per la sua sofferenza fatta di cacca di carne di viscere di peni e di erezioni di umori mascherati da alibi da sovrastrutture da raziocinio il tutto sotteso da un semplice processo evolutivo che perseguiamo a prescindere dalla ragione e da tutti i buonismi dei benpensanti.
il singolo è sacrificabile per la continuazione della specie.
ma quel che è peggio è che la sofferenza del singolo è ininfluente.

lunedì, marzo 13, 2006

 

shoes


cominciare sempre da capo. e ancora. e ancora. e non comprendere come si possa accettare il fallimento. perché se non è perfetto è niente, da rifare, ricominciare. eccomi. sono così.
tutto o niente, on o off, gisto o sbagliato, even or odd.
ci vuole più coraggio a continuare dopo un errore che a riprovare all'infinito ripartendo da zero ogni volta.
ecco perché sono cavo, vuoto, un bluff. carne e noia. sudore qualche volta.
scendo in metropolitana e boffonchio. non posso arginare i miei pensieri che risalgono l'esofago e tramutano un rigurgito di acidità in suoni, gesti, parole. e mentre la mente lavora incessante, i corrimano rossi mi accompagnano verso uno sporco tappeto di gomma nera.
salgo sulla vettura e la gomma si disegna di righe parallele che incrociano mille scarpe, gambe, persone, vite. e ancora una volta mi fisso sulle scarpe. i milanesi hanno le scarpe sporche. due uomini parlano. affari. il primo è concitato e crede fortemente nelle sue capacità, lui sì che sa come dovrebbe funzionare l'azienda. un'intraprendenza verbale che esonda affogando gli astanti. non guardo il suo capo che di per certo è fortemente stempiato ma comincio ad osservarlo dal giaccone verde bottiglia che prosegue nei pantaloni grigi asfalto di lana pettinata, spigata un po' anni cinquanta. Poi quelle scarpe. quelle scarpe opache, anonime, con la para in gomma nera un po' alta per tenere meglio la pioggia, scarpe calde, affidabili, certamente comode anche se in qualche angolo un po' rigide. non belle, no. ma pronte a camminare veloci verso la moglie e verso quei figli che papà il motorino e papà il cellulare.
ma lui sì che l'azienda te la porta alle stelle. tutti lì a pensare di essere migliori degli altri. ma sulla base di cosa poi? solo perché siamo raccomandati a noi stessi? solo perché ci amiamo così tanto?
non potremmo essere dei mediocri del cazzo qualsiasi? E giù a costruirsi un alibi.
"ehhh, se non avessi avuto i figli". "ehh, se solo non mi avessero tarpato le ali".
io quelle scarpe le odio. non le voglio mettere. non voglio la sicumera del benpensante che mi vomita addosso come dovrebbe essere senza avere la forza di rinunciare, di lanciarsi. Non voglio essere vittima di un cielo grigio uniforme.
piuttosto il nulla, l'abbandono di me stesso, l'apatia.
piuttosto il vuoto.




giovedì, marzo 02, 2006

 

(s)caduto

- che cosa faresti se non potessi più suonare?
- mi raggomitolerei in un'angolo e morirei. esuonerei al mio funerale.

non ci riesco. non riesco ad essere concludente. a tenere fede ai miei impegni. e non parlo di questo blog merdoso. no. certo che no. parlo della mia vita. della mia merdosissima vita. di una vita che su di me rilancia ogni giorno, che ha fiducia in me più di quanto ne abbia io.
e tutto il mondo li' fuori parla bene di me.
si'. certo. perché il segreto è farsi incasellare. farsi inquadrare bene all'inizio.
farsi il culo qualche volta. dimosrare che quel qualcosina, un po', lo sai fare. e poi più nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente nulla niente niente solo scadenze disattese. solo pomeriggi con la tele accesa ad ascoltare voci che mi parlano da una scatola di latta e che mimano le ombre della vita. è tutto.
non voglio altro.
non voglio relazioni.
non voglio come stai?
non voglio niente
voglio solo una televisione accesa che anestetizzi lo stillicido.

voglio raggomitolarmi in un angolo
voglio suonare al mio funerale






martedì, febbraio 21, 2006

 

even and odd


Sarà la mia latrina. Qui vomiterò. Qui cagherò. Qui mi dissanguerò a rischio di infezioni e tutti i miei liquidi coleranno giù nel sifone, docili alla loro gravità, impassibili al loro ribrezzo.
Latrina.
[Samba de Benco - Bebel gilberto]
E voi (ma voi chi? chi cazzo siete!) vi credete che sia facile ribaltare lo stomaco e buttare fuori, due dita in gola per riproporre la zuppa del casale del cazzo; oppure stimolare un conato recuperando a forza lo schifo faticosamente rimosso come quando dovetti pulire la pompa bloccata del sanitrit sotto il lavandino con le mani che pescavano nei rifiuti fetenti, putridamente decomposti in una melma unta e stagnante in acqua da mesi.
Che scrivere schifezze fa tanto trendy, ma viverle addosso è ben diverso. Non mi rende orgoglioso perché non c'è nessun un regista francese del cazzo che crei un'apologia per me, né un pubblico che esprima plauso o dissenso, per cui il più delle volte tento di nasconderle, di sembrare "come tutti gli altri" e alla fine mi convinco che forse la differenza mi renda migliore, più consapevole ma poi no, so che non è così.
E i ricordi della merda del passato salgono a galla come gli gnocchi nell'acqua di cottura.
Gli ho detto "sei un figlio di puttana". Io tredicenne e lui un coetaneo cui era morta la madre. E io lo sapevo. Per me la relazione con me stesso è già abbastanza difficile. Figuriamoci quella con gli altri.
"Sei un figlio di puttana". E i miei genitori, sono certo, mi udirono.
"Ma lo sai che non ha più sua madre?"
"No mamy! Non lo sapevo!"
Stronzate. Stronzate. Finzione. Merda da pulire con le mani. Da staccare dalle pareti del sanitrit con profondi conati.
Da scrostare una volta per tutte dalle pareti del mio involucro di carne cavo.



merda
shame

lunedì, febbraio 13, 2006

 

prima di cominciare



la perfezione.
e io me la sono appena giocata.
che è l'idea non formulata.
che è il bambino nella pancia. Lì dentro niente errori.
che è il dito prima di mangiarsi le pellicine.
e poi ci lavori e ci lavori e lo morsichi quel dito e ti sanguina e ti fa male ma cazzo non diventerà mai liscio come prima e continui. che poi la soluzione è smettere, si sa.
eccomi. io cerco la perfezione come traguardo e non capisco che ce l'ho già prima di comiciare.
mavvaffanculo.
mica me ne posso stare mani in mano.